Non riporto questo articolo di Eve Esler per nutrire ulteriorermente istinti violenti - come possono essere anche quelli intenzionati a combattere contro le ingiustizie - ma per mettermi sempre più al servizio di una realtà non violenta, amorevole e sana, in favore della vita e della vitalità. Preferisco essere a favore di qualcosa di luminoso, piuttosto che contro quello che avverto come malvagio. Forse spostando in questo modo il pensiero, sarà in futuro, più facile sfamare il bene.
Mi auguro che questo articolo, che suscita sgomento e pena, generi anche compassione e nutra sentimenti di solidarietà e fratellanza. E, certo, spero possa generare un movimento più vasto verso la protezione, la cura e la rinascita di questo popolo addolorato.
La bambina Noëlle e la coscienza dell’Occidente
di Eve Esler
Rio de Janeiro (Canale del Mozambico) - (…) Non sono la prima a denunciare lo stupro, la mutilazione e le atrocità che subiscono le donne della repubblica democratica del Congo. Su questo argomento, ci sono relazioni che vanno avanti almeno dal 2000. E non sono la prima a raccontare queste storie di stupro, anche come scrittrice e come attivista contro la violenza sessuale sulle donne. Negli ultimi dieci anni ho ascoltato decine i storie di donne violentate, torturate, bruciate e mutilate, dalla Bosnia, al Kosovo, agli Stati Uniti, a Ciudad Juarez (Messico), dal Kenya al Pakistan, ad Haiti, alle Filippine, all'Iraq e all'Afghanistan. E benché io sappia quanto sia fuorviante confrontarle tra loro, non posso a fare a meno di farlo davanti alle terribili atrocità e sofferenze che ho scoperto in Congo. Qui, la violenza sulle donne sembra tendere ad un solo, agghiacciante scopo: l'annientamento del genere femminile. La violenza sulle donne della RDC non è più catalogabile neanche come femminicidio, ma presenta aspetti assolutamente specifici che occorre analizzare come tali. Delineano una condizione di totale emergenza. Le donne sono violentate e uccise in ogni momento, e nonostante tutti nella RDC si affannino a dire che queste violenze sono atti orribili, da esecrare, nessuno agisce. A causa di una superstizione popolare secondo la quale un uomo che viola donne molto giovani o molto vecchie, ottiene poteri speciali, ragazze di meno di dodici anni di età e donne di piu’ di ottanta anni sono vittime di continua violazione. Gli stupri avvengono spesso davanti a mariti e figli. Con l’aggravante della crudeltà. Si sa di soldati sieropositivi inviati a controllare i villaggi che violano e mutilano le donne. Ci sono segnalazioni di centinaia di casi di fistola nella vagina e del retto causati dall’ introduzione di bastoni e di armi oppure a stupri collettivi. Queste donne non sono più in grado di controllare urina o feci. Dopo essere stata violentate, vengono anche abbandonate dalle famiglie e dalle comunità. Tuttavia, il crimine più terribile è la passività della comunità internazionale, delle istituzioni di governo, dei media..., la totale indifferenza del mondo a questo eccidio. Ho trascorso due settimane a Goma e Bukavu, intervistando le donne superstiti. Alcune erano di Bunia. Ho raccolto almeno otto ore di interviste al giorno, ho pranzato e sono andata a sedute di terapia con loro. Ho pianto con loro. Il livello di atrocità va oltre ogni immaginazione. Da nessuna parte avevo visto questo tipo di violenze sessuali, queste torture, queste crudeltà. Nello stato di violenza in cui ritrova a anni il Congo orientale, lo strupo delle donne è diventato, come mi ha detto una superstite, uno "sport nazionale". "Siamo considerate niente, gli animali sono trattati meglio di noi.", mi ha detto una donna ricoverata all'ospedale di Goma. Dalle testimonianze raccolte emerge che tutte le truppe, nessuna esclusa, siano coinvolte negli stupri: il FDLR, la Interahamwe, l'esercito congolese e anche le truppe ONU per il mantenimento della pace. Aids, mancanza di prevenzione e protezione, e sanzioni non sono un deterrente per nessuno. Ho trascorso una settimana presso l'Ospedale Panzi, in un villaggio di donne violentate e torturate. Queste donne si sono messe in coda per raccontarmi le loro storie, i traumi enormi, il profondo dolore. Era come assistere ad una scena di un film di horror futuristico. Mi hanno raccontato storie di madri che hanno visto uccidere i figli con brutalita’ e cinismo. Altre sono state costrette, con la minaccia delle armi, a mangiare escrementi, bere l'urina o mangiare bambini morti. Altre ancora sono state testimoni della mutilazione genitale dei mariti, e violentate per settimane da gruppi di uomini. (…) Voglio parlarvi di Noëlle. Ho cambiato il suo nome per proteggerla perché ha solo nove anni, è una bambina. Da quando l'ho conosciuta, vive dentro di me, mi insegue, mi spinge ad agire, a ricordare. Noëlle è magra, intelligente e vivace. Per i danni che ha subito, il suo corpo è leggermente ricurvo, imbarazzato, pieno di ansie. L’angoscia si avverte anche nel suo dito mignolo. Racconta la sua storia come se le fosse accaduta ieri, per lei il tempo si e’ fermato. "Una notte gli Interahamwe sono venuti a casa nostra. L’hanno saccheggiata, non hanno lasciato nulla intatto. Poi hanno preso mia madre da un lato, e mio padre e me da un altro. Mi hanno portata in un bosco. Uno di loro ha spinto qualcosa dentro di me. Non so cosa fosse. Un altro gli ha detto, “non lo fare”, “non fare male ad una bambina”. Ma quello ha continuato. Piangevo, ho cominciato a sanguinare. Lui ha continuato ancora, sono svenuta. Mi hanno portata con loro, e ho passato due settimane con i soldati. Tutti mi violentavano, in continuazione. A volte usavano bastoni. Un giorno mi fatto andare via, ho lasciato i boschi. Ho raggiunto a piedi la casa di mio zio, ero debole, avevo la febbre. Ma lui non mi ha voluto. Sono andata via, sono riuscita a raggiungere la mia casa, go scoperto che mio padre era stato ucciso, che mia madre era tornata ma anche lei stava in condizioni pessime. Ho cominciato a perdere urina e feci, non riesco a controllarmi. Ho capito che avevano fatto lo stesso con mia mamma, lei mi ha fatto capire cosa era successo e mi ha portata in questo ospedale. Sono contenta di stare qui. Nessuno ride di me se perdo la pipì. Al villaggio i ragazzi mi insultavano. Ma io non ho vergogna, Allah giudicherà quegli uomini, che non sanno cosa hanno fatto. Desidero solo tornare normale. Vorrei anche sapere come hanno ucciso mio padre. Ogni volta che penso a lui, mi vengono le lacrime.”. Il dottor Mukwege, che, per quanto ho potuto constatare in questo ospedale, è considerato una specie di "santo", mi ha detto che l'uretra di Noëlle è distrutta e che non si può intervenire chirurgicamente perchè la ragazzina è troppo giovane e non c’e’ abbastanza tessuto per operare. Bisogna attendere almeno otto anni. Otto anni di vergogna e di umiliazione. Otto anni in cui Noëlle sarà costretta a ricordare giorno dopo giorno quello che gli uomini le hanno fatto nella foresta, prima ancora che lei avesse l’età giusta anche solo per sapere cos’e’ un pene. Noëlle e’ completamente incontinente. "E terribile quello che sta succedendo a queste giovani, mi ha detto il dottor Mukwege, quando arrivano hanno paura anche di me perchè sono un uomo. A volte ci vogliono settimane prima di riuscire a visitarle. Per aiutarle, gli regaliamo caramelle e piccole bambole. Anche le più anziane soffrono tantissimo, sono indebolite da stupri torture e brutalità. Non hanno praticamente nessun sostegno. Dopo aver vissuto simili atrocità, non sono piu’ in grado di lavorare nei campi, di trasportare pesi, così non hanno più un reddito. Arrivano qui zoppicando, sostenute da bastoni fatti a mano. Molte mi hanno detto che "il bosco e’ pieno di morti," e che non potevano fare "cinque passi senza inciampare con un corpo.". Durante la settimana che ho trascorso a Panzi, il governo ha tagliato l'acqua. Quindi l'ospedale, dove sono ricoverate centinaia di donne ferite, è rimasto a secco. In un altro ospedale, a sessanta miglia di distanza, non c’era niente da mangiare (due bambini sono morti di fame in un solo giorno). Le donne che arrivano negli ospedali vi rimangono mesi e mesi, prima devono guarire e poi, visto che sono state violentate e disonorate, non hanno un luogo cui fare ritorno. Il villaggio le respinge, non possono neanche lamentarsi perchè gli stupratori potrebbero addirittura comprare il loro rilascio, tornare indietro a violentarle di nuovo, e ucciderle. Mentre scrivo questo testo, ci sono donne e ragazze che stanno subendo violenza, madri costrette ad essere testimoni, in tante sono infettate da virus. Dove è la nostra indignazione occidentale? Dov’è la nostra coscienza? Nel 1999, sono tornata negli Stati Uniti da un viaggio in Afghanistan, ancora sotto il governo dei talebani. Le condizioni delle donne era tremenda, anche per loro non c’e’ stata nessuna reazione generale, non si muovevano leader, canali televisivi, riviste...Solo un giornale aveva denunciato quella condizione, ma il mondo non si muoveva, non interveniva ad aiutare le donne. Sappiamo ciò che è accaduto dopo. Non solo l'11 settembre, ma la reazione al quel tragico fatto, 11 settembre, quindi l'invasione dell'Iraq, la giustificazione dell'attacco preventivo, l'aumento della militarizzazione, la violenza e il terrore che ancora oggi continuano. Le donne sono al centro di ogni cultura e società. Anche se non hanno potere o diritti, il modo in cui vengono trattate o no, indicano che la società si sente a posto con la propria vita. Le donne del Congo sono forti, potenti, visionarie e solidali. Con poche risorse potrebbero essere le leader del paese, e tirarlo fuori dal suo attuale stato di caos e di povertà. Invece rischiano di essere annientate, e con loro il futuro del paese. La Repubblica democratica del Congo è il cuore d'Africa, il centro dinamico e la promessa del futuro. Se si permette l'annientamento impunito delle sue donne non si ucciderà la vita solo in Congo, ma nell'intero continente africano. Documento in lingua originale su: http://macua.blogs.com/moambique_para_todos/2009/02/feminic%C3%ADdio-no-congo.html
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