martedì 27 settembre 2011

Desidero allenare gli attori. Mi viene da dire “allevare”, “coltivare” come fossero cuccioli, animali che devono essere addomesticati dall’arte e all’arte, come piccole piante che devono solo ricevere le cure necessarie per crescere e fiorire. Le piante e gli animali sono l’immagine e la sostanza di ciò che definiamo natura.

Voglio allevare e coltivare attori naturali, coltivare e allevare come un giardiniere con le sue piante e come un domatore con le sue belve amate.

Desidero che gli attori escano dai miei corsi preparati, pronti, competenti e determinati, ma pieni di gioia, di fiducia e di volontà di cooperare, unire, condividere e ascoltare, senza perdere la loro unicità e la loro bellezza.

È un desiderio, una volontà. La coltivo dentro di me e fuori di me. Con tutto l’amore e l’umiltà che conosco.

Soffro di ogni graffio che mi ferisce come una spada, soffro dell’incompetenza e del caos. Soffro quando non accetto. Nel mio giardino immenso e variegato, ogni tanto, perdo la pianta dell’accettazione perché è semplice, ma si confonde, è unica, ma si radica in luoghi impensati, perché sembra un’altra e poi invece è lei, a ben guardare. Sta lì, in pieno sole o all’ombra, dove la porta l’aria e dove la spinge l’acqua.

La perdo. La cerco, la piango. La dimentico. Come se non esistesse, poi d’improvviso mi giro e mi sorride. La strappo quando proprio non ce la faccio a guardarla, ma lei è già fiorita qualche metro più in là, in attesa che io vada ad innaffiarla. Anche se può vivere nelle condizioni più avverse, bisogna averne cura costantemente.

Desidero coltivare attori, che vadano poi nel mondo solidi e vulnerabili, ma pieni di fede. E gli voglio mettere in tasca la pianta dell’accettazione, insieme alle altre. Quella dell’attenzione, quella del coraggio. Quella della fratellanza. Piante acerbe e selvatiche.

Non solo i segreti del nostro mestiere.

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